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Disabilità e lavoro: storia di una candidata

In questo post ospito molto volentieri l’intervento di Elisa De Luca, fondatrice del blog Move@bility e professionista in ambito comunicazione, che ci porta la sua testimonianza di candidata con disabilità motoria alla ricerca di lavoro.
Con Elisa ci siamo conosciute tramite i social e, scambiando qualche email, ci è venuta voglia di scrivere assieme qualcosa sul tema “disabilità e (ricerca di) lavoro”. Finalmente si è presentata l’occasione di concretizzare l’idea: pertanto le ho chiesto di raccontare la sua storia e condividere il suo pensiero, in particolare modo sull’atteggiamento giusto per proporsi alle aziende.
Non mi dilungo oltre e lascio a lei la parola.

Trovare lavoro, si sa, oggi non è semplice per nessuno.

Ma, quando si convive con una disabilità evidente, la situazione si fa ancor più complicata, perché alle difficoltà legate a crisi, richiesta del proprio profilo professionale da parte del mercato, aggiornamento costante delle competenze e quant’altro, in quel caso, si sommano quelle legate alle limitazioni imposte dalla propria condizione specifica, nonché i pregiudizi (più o meno fondati) da parte di selezionatori e potenziali datori di lavoro. Allora, che fare? Arrendersi e “lasciarsi vivere”, rinunciando alle proprie aspirazioni ed ambizioni e prendendo qualsiasi cosa capiti, purché sia un lavoro? Sulla base della mia personale esperienza di (ex) candidata con una disabilità motoria decisamente evidente che impone qualche limitazione alla mia mobilità, la risposta è no.

“Facile a dirsi, ma il mondo reale funziona diversamente…” starà pensando qualcuno.

No, ve l’assicuro: ho i piedi ben piantati per terra e io per prima mi sono scontrata più volte, in più di dieci anni da lavoratrice, con difficoltà e pregiudizi di ogni genere. Ma, per mia fortuna, ho avuto genitori che, fin da piccola, non mi hanno fatta sentire “diversa”, né, men che meno, inferiore né rispetto ai miei fratelli, né rispetto al mondo esterno. Ho avuto le stesse possibilità di studiare, seguire le mie aspirazioni e provare a realizzare i miei sogni professionali di chiunque altro. E, quando qualcuno ha cercato di farmi sentire “in difetto”, ho risposto con fatti concreti o, se l’interlocutore non voleva capire, sono andata altrove. E ho sempre trovato altro. Bene, ma come ho fatto? Beh, non pretendo di “dare lezioni” a nessuno. Semplicemente, spero che la mia esperienza personale possa risultare utile a chi vive una condizione simile alla mia e non sa da che parte iniziare. 

Innanzitutto, mi ha aiutato avere ben chiaro cosa volevo fare,in che settore volevo lavorare, con quali mansioni e quali possibilità.

Ho scelto il mio percorso di studi sulla base delle mie inclinazioni, certamente, ma anche avendo bene in mente gli scenari che mi avrebbe potuto aprire. Così, dopo la laurea in Filosofia (che no, non sforna solo disoccupati o camerieri colti), ho conseguito il primo di vari master in area comunicazione e new media e, nel frattempo, ho iniziato a lavorare nel settore.
Come ho trovato lavoro?
Il primo, l’ho trovato grazie al servizio di placement del master che avevo frequentato e, dopo lo stage, sono stata assunta a tempo indeterminato.
Il successivo, invece, l’ho trovato inserendo il mio curriculum su un sito specializzato. Sono entrata in quell’azienda da junior e, nel corso dei circa nove anni trascorsi lì, ho acquisito esperienze e competenze crescenti (sia “on the job”, che formandomi costantemente per conto mio tramite corsi specializzati online e con formula weekend), che mi hanno consentito di ricoprire un ruolo di responsabilità.
Dopodiché, essendo cambiate un po’ di cose in azienda e volendo nuovi stimoli, ho accettato la proposta di una startup, nella quale ho vissuto un’esperienza breve, ma comunque significativa.
Sono, quindi, tornata a lavorare in una multinazionale (quella nella quale lavoro attualmente), focalizzandomi su un ambito specifico del settore in cui ho lavorato. 

foto creata da peoplecreations – it.freepik.com

Come ci sono riuscita?

Le parole-chiave sono due: formazione continuanetworking.
Ho scelto un ambito (il “digital”) in costante evoluzione, per cui impossibile da approcciare pensando che quanto studiato all’inizio del percorso possa bastare per sempre. Ma questo, a ben vedere, oggigiorno vale un po’ per tutti i settori, no?
Idem per l’importanza del networking: non è solo una parola vuota, ma uno strumento realmente efficace, non solo per cercare o cambiare lavoro, ma anche per aggiornarsi, scambiarsi esperienze e competenze e stringere contatti che possono sempre tornare utili. In fondo, anche questa collaborazione con Chiara nasce da un “incontro virtuale” su un gruppo Facebook! 

Cosa mi ha aiutato?

Come dicevo prima, avere ben chiaro il percorso che volevo fare ed essere disposta ad impiegare tempo ed energie per questo, in primo luogo. In secondo luogo, acquisire, aggiornare ed ampliare costantemente le mie competenze: non solo a fini utilitaristici, ma anche per genuina curiosità e voglia di “evolvere”.
Poi, certo, anche la rete di contatti, alimentata e curata non solo durante la ricerca attiva di lavoro, ma anche nei momenti (come questo) in cui sto (molto) bene dove mi trovo.
E, naturalmente, un po’ di fortuna, che non guasta mai… 

E la disabilità, in tutto questo, che ruolo ha avuto?

Beh, mentirei se dicessi che non ha mai pesato sul mio percorso professionale. Lo ha fatto, limitandolo in alcuni casi (perché, magari, il ruolo al quale aspiravo richiedeva anche cose incompatibili con la mia condizione, per esempio viaggiare con molta frequenza, anche su distanze molto lunghe), precludendomi (più a causa dei pregiudizi verso la mia disabilità e del timore che, una volta entrata in azienda, potesse costituire un problema che per mancanza di competenze o esperienze) la possibilità di lavorare in alcune aziende, etc.
Ma, personalmente, non l’ho mai considerata un limite “a priori”, né mi sono presentata ai colloqui ponendo l’accento più su di essa che sulle mie competenze ed esperienze: non m’interessa essere assunta “perché serve una categoria protetta” per evitare sanzioni, né essere esentata, in quanto “protetta” (scusate, ma a me quest’espressione suona da sempre scomoda: non siamo panda da proteggere dall’estinzione, ma persone!) dallo svolgere il mio lavoro al massimo delle mie possibilità, come tutti i colleghi. I miei interlocutori, a volte, non l’hanno compreso, ma nella maggior parte dei casi sì. D’altronde, come dicevo, quando ho sentito che, dall’altra parte, l’interesse era più per la “categoria protetta” che per la professionista, sono andata oltre senza rimpianti. 

Quello che non ho mai fatto, e che sconsiglio vivamente a tutti coloro che convivono con una disabilità di fare, è presentarmi (in fase di candidatura o al colloquio) ponendo l’accento sulla mia disabilità o cercando d’ispirare pietà o compassione: sono una professionista, al di là della mia disabilità fisica, e come tale voglio essere presa in considerazione e valutata.

Move@bility

Da circa tre anni ho creato Move@bility, un sito informativo dedicato ad accessibilità e cultura della disabilità sul quale condivido informazioni utili a chi, come me, convive con una disabilità, coprendo gli ambiti più disparati: mobilità, comunicazione, viaggi, lavoro, cultura e tempo libero. Mi capita spesso di essere contattata da persone che arrivano sul mio sito scambiandolo per un job board o per un “ufficio di collocamento” per persone con disabilità. Il tenore dei messaggi, nella stragrande maggioranza dei casi, è sempre lo stesso: “Aiutatemi, sono un povero disabile e ho bisogno di un lavoro, faccio qualsiasi cosa…”.
Ecco, posto che, come dicevo, il sito non ha quell’obiettivo (e io faccio tutt’altro lavoro) e che, ovviamente, comprendo la sofferenza e la difficoltà che sta dietro quei messaggi, mi sento di dire che quello è il motivo principale per cui si viene scartati, in fase di screening o durante un colloquio. Le aziende non sono onlus: nascono per generare profitti e hanno bisogno di persone che le aiutino a raggiungere quell’obiettivo, non di chi, indipendentemente dalla disabilità, cerca solo “un posto” per portare a casa uno stipendio. Per quanto legittima (nessuno lavora per beneficienza), quella non può essere la prima (o unica) motivazione. A maggior ragione quando si fanno i conti con una disabilità: porsi come “bisognosi” non aiuta a farsi assumere o comunque, anche se si riesce ad ottenere il lavoro, ci farà sempre guardare in modo diverso e, quindi, ci lascerà un passo (o più) indietro, rispetto agli altri, quando si tratterà di avere una promozione o un aumento di stipendio.
Così come non aiuta (anzi!) candidarsi compulsivamente ad ogni offerta di lavoro che si trovi, indipendentemente dal fatto che sia in linea con il proprio percorso formativo e professionale o con le proprie (legittime!) aspirazioni: la disperazione, anche quando è effettiva e dolorosamente reale, non “attrae” nessuno: meglio puntare su positività e voglia di mettersi in gioco, sempre!

In fondo, come mi diceva sempre mia nonna, nessuno ci tratta come non gli consentiamo di fare: se noi per primi non abbiamo consapevolezza del nostro valore e non crediamo in noi stessi, come possiamo pensare che lo facciano gli altri?

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