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[Intervista] L’interprete simultaneista

Conoscere le lingue straniere è una di quelle competenze preziose, un po’ in ogni campo. Ma indubbiamente può diventare il fulcro del proprio mestiere, come nel caso di Clara, l’ospite della Bussola di oggi, che ci racconta la sua vita da interprete simultaneista. 

 

Benvenuta! Parlaci un po’ di te

Grazie per avermi coinvolta in questo bellissimo progetto!
Mi chiamo Clara, classe 1980, sono cresciuta a Saronno a puntate di Pollon e torte della mamma, ma Milano mi ha adottata per lavoro, dopo aver vissuto a Los Angeles per un tempo sufficiente per acquisire gli strumenti necessari per realizzare il mio sogno: diventare un’interprete!
Amo viaggiare alla scoperta di posti sempre nuovi, di angoli graziosi e meno conosciuti delle città. Ammetto di avere una seria dipendenza da vacanze in solitaria a New York (dove vado tutti gli anni per due/tre settimane per “allenare” il mio inglese) e una grande passione per il Giappone, dove sono stata due volte, mai abbastanza per apprezzare la sua cultura meravigliosa.
Tra le mie passioni ci sono sicuramente quella per la cucina italiana fatta con prodotti sani e di qualità, prendermi cura della mia casetta e della foresta pluviale che ho allestito al suo interno magari ascoltando musica… rock anni ’80 ovviamente!
Adoro scorrazzare col mio compagno sulla Lambretta del 1963 del mio papà, passare tempo di qualità coi miei nipoti e le cene con gli amici.
Nutro particolare interesse per le nuove tecnologie soprattutto quelle che migliorano la vita e fanno bene all’ambiente: sogno di avere un giorno un’auto elettrica come la Tesla, ma anche una cabina armadio abitabile.
Mi piace sciare, fare sport (senza esagerare eh!), ho corso la DJ 10, fatto parapendio in California e mi sono lanciata col paracadute.

 

 

Ci racconti bene bene che lavoro fai?

Sono interprete simultaneista (interprete di conferenza) e traduttrice. Libera professionista (come tutti in questo settore!) e quindi faccio parte dello strabiliante mondo delle partite iva.
Solitamente lavoro su base Milano, ma può capitare che mi chiamino per conferenze o seminari anche in altre città italiane.

Essere un’interprete di conferenza significa tradurre in simultanea nella propria lingua madre ciò che il relatore dice in un’altra lingua, nel mio caso però si tratta quasi sempre di relatori italiani quindi traduco per la platea verso l’inglese. Solitamente si lavora in cabina in coppia a turni di 45 minuti per garantire la massima concentrazione.

Quello dell’interprete è un mestiere complicato e il lavoro in cabina è solo la punta dell’iceberg: per essere in grado di tradurre in tempo reale il discorso del relatore, bisogna studiare moltissimo ed essere pronti a improvvisare. A volte però lo studio non basta: magari perché non è stato fornito il materiale per prepararsi e tocca improvvisare, perché il relatore parla un inglese stentato o perché sta leggendo da un foglio e quindi va velocissimo, perché fa battute o riferimenti che non hanno senso nella lingua di arrivo o più banalmente perché non è abituato a parlare in pubblico e quindi fa fatica a costruire un discorso fluido (ma capita anche che si fatichi a capire il senso del discorso e in quel caso…si salvi chi può!). Può capitare quindi di sentire in cuffia: «L’interprete si scusa ma il riferimento esatto è sfuggito», con grande frustrazione dell’interprete stesso.

Come per molti lavori impegnativi e di responsabilità, diventare un interprete è una sfida e i rischi del mestiere sono concreti: a volte è difficile trovare qualcosa di simile nella lingua di arrivo, soprattutto considerato che si hanno pochi secondi per ascoltare, elaborare il concetto e trovare la traduzione più adatta.

 

Descrivi la tua giornata tipo (sempre che ce ne sia una!)

Sveglia alle 7, saluto al sole, un bicchiere di acqua e limone, doccia, colazione – a volte mi preparo la “schiscetta” (il pranzo al sacco N.d.T!) -, treno verso Milano e alle 9 solitamente si comincia. I lavori di solito terminano tra le 17 e le 18.30. Un giorno a settimana, invece, insegno inglese in alcune aziende: in questo caso la giornata è scandita dal ritmo delle lezioni.

 

Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?

L’inglese per me non è sono un mezzo di lavoro, ma una vera e propria passione!
Lavorare come interprete mi piace moltissimo perché mi dà sempre occasione di imparare cose nuove e conoscere persone interessanti. Sono molto felice quando capitano seminari o conferenze in cui si parla di nuove tecnologie, arte e le materie umanistiche in generale.
Un altro aspetto positivo è la libertà data dalla libera professione poiché posso scegliere quando lavorare e con chi.

 

Hai voglia di confessarci anche quello che ti piace di meno? O quello che cambieresti?

Un deterrente è sicuramente l’“ansia da prestazione“ che ti assale quando il cliente non fornisce il materiale per prepararsi adeguatamente. Alcuni danno per scontato che l’interprete – parlando fluentemente l’altra lingua – conosca tutto lo scibile umano, ma non è così: in una lingua straniera – come in italiano – ciascuno ha i propri settori di competenza ed è bene potersi preparare per la traduzione in maniera adeguata.

In generale è un lavoro molto stimolante, ma anche stressante: sei sempre sotto pressione, dopotutto hai decine di persone che attendono le tue parole per capire che cosa si stia dicendo!

Un’altra situazione poco piacevole è quella in cui il cliente chiede “un madrelingua”: molti credono che sia meglio, ma non si rendono conto che spesso il “madrelingua” non è un interprete professionista. Nemmeno essere bilingue è una garanzia di successo in questo campo. Come diceva qualcuno: avere due mani non significa sapere suonare il pianoforte, come sapere due lingue non significa essere degli interpreti.

 

Da piccola, cosa rispondevi a chi ti chiedeva “cosa vuoi fare da grande?”

La cassiera! Ero affascinata dai bottoni, dai tasti e in generale mi sono sempre piaciuti gli oggetti tecnologici, per essere una donna sono piuttosto nerd! Poi volevo fare la hostess: mi piacevano le lingue e viaggiare e questa passione mi ha suggerito di studiare l’inglese e farne una professione.

Credo però che sia stata anche la passione per la musica (soprattutto rock) che mi ha portata in questa direzione: ricordo che ancor prima che esistesse internet e si potessero scaricare i testi delle canzoni, mi piaceva leggere e tradurre i testi stampati nei libretti che accompagnavano le cassette e poi i cd… volevo capire di cosa parlasse quel cantante in quella canzone che mi piaceva così tanto!

 

Come ti sei preparata per il tuo lavoro (scuola, università, corsi specifici…)?

Mi sono laureata prima in traduzione e interpretariato e poi in mediazione linguistica e sono tutt’ora felice di queste scelte. Dopo qualche hanno di esperienza sul campo, ho frequentato un master in traduzione tecnica in informatica e localizzazione, un po’ per la mia passione per le nuove tecnologie e un po’ perché mi ero resa conto che c’era molta richiesta in questa direzione.

 

Quanto impegno hai messo nel progettare il tuo percorso professionale e quanto invece pensi abbia inciso la fortuna, il caso?

Credo che sia stata decisamente una questione di impegno perché si deve sempre studiare e documentarsi prima di un convegno. Soprattutto all’inizio, credo che tenacia e perseveranza siano qualità necessarie per riuscire in questo lavoro… la “simultanea”, come la chiamiamo noi, può fare paura, ma col tempo s’impara a gestire gli imprevisti e l’ansia da prestazione!

Cosa diresti a chi sta pensando di fare da grande il tuo lavoro?

È un lavoro bellissimo e stimolante, dà tante soddisfazioni e opportunità di arricchire il proprio background culturale poiché si lavora con persone interessanti e sugli argomenti più disparati. Lo studio di una lingua però non è sufficiente, essa va vissuta! Concedetevi quindi lunghe esperienze di vita all’estero, siate curiosi e portate avanti le vostre passioni nell’altra lingua, che sia guardare film, ascoltare musica, ma anche – se avete un hobby- approfondite l’argomento nella lingua che volete perfezionare.

In questo ambiente è importante essere tenaci: in primis perché non c’è modo di avere contratti a lungo termine, si lavora solo a chiamata come freelancers quindi è bene imparare a gestire gli “aspetti economici” e l’ansia di ottenere sempre nuovi incarichi, soprattutto all’inizio, ma una volta che “si entra nel giro” le richieste arrivano col passaparola quindi è essenziale mettersi in gioco e creare una propria rete di contatti.

 

Ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato. Se ti va, sei libera di aggiungere un pensiero, un aneddoto, un consiglio, una citazione, un’immagine o quello che vuoi.

“Think of all the things you can achieve if you knew you couldn’t fail.”

 

* Ti è piaciuta l’intervista? Vuoi leggerne altre? Le trovi tutte alla pagina La Bussola!

 

Tutte le foto del post sono di Clara, che ce ne ha gentilmente concesso l’utilizzo.

 

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