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[Intervista] La rilegatrice e restauratrice di libri

Sono una divoratrice di libri (in questo momento più wannabe che effettiva, ahimè…) e per quanto trovi molto comodo ed economico l’ebook, non potrò mai staccarmi definitivamente dall’oggetto-libro.

Sì esatto: sono quella che apre i libri e li annusa (ricordi magnifici delle edizioni Junior Mondadori, o gli Istrici Salani), che non permette a nessuno di fare le orecchie alle pagine e che sogna da anni di avere un timbro ex-libris veramente figo.

Quando sono entrata nella Biblioteca Palatina di Parma, un anno in gita scolastica, mi è caduta la mascella a sentire il numero di volumi lì raccolti (circa 800.000!). E uno dei regali più belli che abbia mai ricevuto è un’edizione 1929 di Orgoglio e Pregiudizio, uno dei miei libri preferiti (e puoi non sposare uno che ti fa un regalo così? 😉 ).

Insomma, se devo trovare una costante nella mia vita, è l’amore per la lettura e i libri.

Quindi appena ho ricevuto la mail di Paola, della Bottega Fagnola di Torino, che si offriva di raccontarsi e raccontare il suo lavoro di legatoria e restauro libri, come avrei potuto dire di no?

Ma ora lascio la parola a lei, chè mi sono dilungata fin troppo!

 

Benvenuta! Parlaci un po’ di te
Mi chiamo Paola, 32enne torinese. I libri, oltre ad essere il mio lavoro, sono una delle mie passioni. Sono stata lontana da Torino per studio per un po’ di anni, dal 2016 sono felicemente tornata nella mia città natale.

 

Ci racconti bene bene che lavoro fai?
Come lavoro restauro e rilego libri. Sono in realtà due professioni portate avanti in parallelo: la legatoria artigianale e il restauro del materiale archivistico-librario. Nella prima, realizzo artigianalmente rilegature (di volumi, atti notarili, tesi di laurea, manoscritti..) e creazioni di cartotecnica (scatole, raccoglitori, portamenu, campionari, packaging…); nella seconda, mi prendo cura di documenti contenuti nelle biblioteche e negli archivi, sia antichi che moderni, che hanno qualche danno e hanno bisogno di essere riparati: libri, registri, ma anche documenti in pergamena con sigilli, disegni e incisioni, album e stampe fotografiche su carta, di tutte le epoche.
Oltre a questo, realizzo legature d’arte, pezzi unici da collezione, e insegno in scuole di restauro e tengo workshop nelle università o aperti al pubblico di interessati.

 

Descrivi la tua giornata tipo (sempre che ce ne sia una!)
Per il momento sono ancora alla ricerca della mia routine per cui ogni giornata è sempre un po’ diversa. Generalmente vado in laboratorio a piedi, sono 15-20 minuti di camminata. Molto spesso le nuove idee da sviluppare vengono proprio in quei momenti.

 

 

Quali sono le fasi principali della lavorazione per effettuare la rilegatura o il restauro di un libro?
Sono due professioni diverse con competenze, tempi e modalità diversi. Nella rilegatura si inizia dalla richiesta del cliente, si elabora assieme un progetto, si definiscono tempi e costi. Si parte dalla struttura interna del libro, la cucitura eventualmente indorsatura e capitelli (dipende dalla tipologia) e poi si crea e personalizza la copertina.

Nel restauro, soprattutto del patrimonio culturale, c’è una prima fase di progettazione fatta osservando i pezzi nei locali di conservazione: come sono fatti, quali sono i materiali, quali sono i danni, e parlando anche con il bibliotecario o archivista conservatore per capire quali sono le esigenze: se deve essere esposto, ad esempio, o se ha bisogno di un contenitore. A volte progettista ed esecutore sono due persone diverse, entrambi sempre restauratori.
Salvo eccezioni, l’intervento di restauro si svolge invece in laboratorio, dove i libri vengono trasportati. Si inizia con una pulitura, a secco o ad umido a seconda dei casi, si restaura, consolida, integra l’interno, il supporto di scrittura, poi la eventuale copertina (se si tratta di un libro e non di documenti sciolti). Alla fine, se necessario, si crea un contenitore su misura. Ogni intervento è diverso dall’altro perché ogni libro, documento, ha la sua storia, le sue caratteristiche, danni che da un pezzo all’altro non sono mai completamente identici.

 

 

Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Il fatto che non sia mai uguale a se stesso o eccessivamente standardizzato e la multidisciplinarietà: c’è il lavoro tecnico-manuale, ma è supportato dall’elaborazione di un “progetto”, c’è un po’ di design e di arte (nella legatoria d’arte emerge ancora di più), c’è una parte storico-umanistica, scientifica (biologia, fisica e chimica nel restauro) e tecnologica.

 

Hai voglia di confessarci anche quello che ti piace di meno? O quello che cambieresti?
Ho un rapporto di amore-odio con il computer: non disdegno le nuove tecnologie e la comunicazione tramite il digitale, mi piace la parte di ricerca e trovo stimolante la progettazione, ma quando tutte le attività che richiedono di sedersi ad una scrivania mi fanno stare troppo tempo lontana dal lavoro manuale, patisco un po’.

 

Da piccola, cosa rispondevi a chi ti chiedeva “cosa vuoi fare da grande?”
Da bambina penso di essere passata, come tante, dalla fase di sogni artigiani (io volevo fare la “vasaia”, anche se in realtà non ho mai lavorato al tornio) alla breve fase di aspirazione al palcoscenico: la danza è stata, ed è ancora, una grande passione. Quando alle medie mi chiedevano che scuola avrei voluto fare dopo e mi consigliavano “scegli il settore in cui hai i voti più alti e che ti interessa di più”, aumentava la confusione: mi piaceva tutto e la media era uniforme su tutte le materie. Anche al liceo sono stata una studentessa modello impegnata in mille attività extra-scolastiche.

 

 

Come sei approdata alla tua attuale professione? Quanto impegno hai messo nel progettare il tuo percorso professionale e quanto invece pensi abbia inciso la fortuna, il caso?
A 15 anni, sono andata da mio padre e gli ho detto: “voglio fare il tuo lavoro”. Mi ha risposto “Se fra cinque anni sei della stessa idea ne riparliamo”. Ne son passati più di 15 e non ho ancora cambiato idea.
Sapevo che per specializzarmi, almeno in parte sarei dovuta andare all’estero, perciò ho scelto per le superiori un percorso che includesse un buono studio linguistico: il liceo internazionale europeo.
Il restauro librario ha attraversato, e in parte attraversa ancora, parecchie traversie. Quando mi sono diplomata nel 2004, le scuole di restauro non c’erano. Avevano interrotto i corsi, o non rilasciavano una qualifica ministeriale. Avevo le idee molto chiare, ma non il posto giusto dove andare. Nell’attesa di trovare la scuola giusta, mi sono iscritta al corso di Beni Culturali Archivistici e Librari all’Università di Torino, ho preso la qualifica regionale di collaboratore Restauratore alle Scuole Tecniche San Carlo di Torino, ho frequentato i corsi di restauro e legatoria al Centro del Bel Libro di Ascona, un centro rinomato a livello internazionale, specialmente per la legatoria.

Più che fortuna, in quel momento pativo la S-fortuna di essere nata nel momento storico sbagliato, dopo qualche anno volevo quasi abbandonare l’idea della scuola di restauro, ma quando stavo per gettare la spugna, nel 2010, ha aperto i battenti la Scuola di Alta Formazione per Restauratori dell’ICRCPAL, l’Istituto Centrale per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Archivistico e Librario. Dopo 25 anni, l’Istituto riapriva alla formazione. Sono stata tra i primi studenti ad entrare e il nostro è stato il primo corso dell’ICRCPAL a conseguire la laurea quinquennale: sentivamo un po’ il peso delle aspettative che c’erano nei confronti delle nostre discussioni di tesi, ma sono venuti fuori dei bellissimi e validi lavori.

 

Ho visto che vi occupate anche di formazione, attraverso corsi, docenze, workshop: come ci si prepara per questo lavoro? Ci sono scuole, corsi specifici che puoi segnalarci?
Come dicevo, sono due lavori diversi, e i percorsi formativi sono ancora più diversi.
Per il restauro, dal 2011 c’è una normativa e un elenco di Istituti, Università e Accademie di Belle Arti accreditati. E’ un percorso di 5 anni a ciclo unico fatto di pratica, con un docente ogni 5 allievi, e di lezioni frontali per il 35-45% dei CFU. A livello internazionale, l’Italia ha la fama di essere una delle nazioni migliori dove imparare questo mestiere, gli Istituti Centrali che hanno fatto da modello in tutto il mondo sono nati qui.

Per quanto riguarda la legatoria, in Italia c’erano le Scuole Salesiane e gli Istituti d’Arte, negli ultimi 20-30 anni, e con le ultime riforme in particolare la stragrande maggioranza di queste scuole ha convertito il percorso formativo sul libro dalla legatoria alla grafica editoriale. Sopravvivono pochissime eccezioni, tra cui credo Urbino.
In altri paesi, ad esempio la Francia, ma anche gli Stati Uniti, esistono invece percorsi di studio post-diploma specifici sulla legatoria artistica: mi vengono in mente la tradizione dell’École Estienne o la North Bennet School, ma anche altri paesi come Germania o Austria hanno programmi di alta formazione per le professioni artigiane.
Per chi vuole iniziare a muovere i primi passi nelle legatoria consiglierei di iniziare con dei workshop tenuti da legatori professionisti, per apprendere le basi. Per perfezionarsi ed approfondire, si può guardare il programma dei workshop e seminari di scuole estere come il Centro del Bel Libro di Ascona, ma iniziative simili ci sono anche in Olanda, Regno Unito, Stati Uniti.
Sempre per approfondire, una volta apprese le basi, si può chiedere a dei professionisti se sono disponibili ad accogliere per un periodo di tirocinio. É una pratica abbastanza diffusa tra i legatori in Europa, in Italia queste esperienze sono regolate dalla normativa su tirocini e apprendistato. La Regione Piemonte, ad esempio, ha un programma dedicato chiamato Bottega Scuola.

 

photo credit: Yu Cho per Craft Camp 2013

 

Come si colloca una professione come la tua, così legata al passato e, in apparenza, alle cose “vecchie” in un mondo in cui sembra che la tecnologia sia la soluzione a tutto? Che prospettive pensi ci siano per questo mestiere, in futuro?
Il restauro si occupa dell’antico ma non è un mestiere antico: il mestiere del restauratore librario, nell’accezione con cui la indichiamo oggi, è fondamentalmente del XX secolo. Come nelle professioni mediche, si richiedono anni di studio, c’è un codice etico da seguire, un costante aggiornamento scientifico-tecnologico, l’appoggio di indagini diagnostiche. É una professione in costante aggiornamento ed evoluzione.

La legatoria si è dovuta chiaramente adattare al mondo digitale: negli anni ‘80 si rilegavano tantissimo le riviste e le uscite in opuscoli che si compravano in edicola, ora in disuso. Sono invece rimaste lavorazioni come, ad esempio, la rilegatura di atti notarili: il digitale ha al momento ancora problematiche legate ad esempio alla permanenza e all’autenticità che non sono ancora state risolte, per cui documenti con valore legale, come gli atti notarili, rimangono ancora su carta. L’apprendimento, la memoria, passa per il gesto dello scrivere, molti stanno tornando alla pratica della scrittura a mano o del planner cartaceo. Il design passa anche dall’esperienza tattile e dalla stampa. Cambia l’oggetto, ma le capacità sviluppate si possono ancora declinare in prodotti contemporanei e attuali. Lo dico con grande forza: non è un mestiere anacronistico.

 

Pensi si debba essere “lettori forti” per occuparsi della parte fisica del libro, o basta essere “bibliofili” e amare l’oggetto in quanto tale? Io penso che se lavorassi in una legatoria, rischierei di passare più tempo a leggere che a lavorare!
In effetti è la stessa domanda che io farei, ad esempio, a un pasticcere XD
La verità è che nella legatoria come nel restauro, si considera il libro in quanto oggetto e non in quanto contenuto. Ne apprezzi e osservi la fattura, il colore e la consistenza della carta, i materiali, la tecnica di decorazione. Un po’ come un artista o un fotografo in una sessione di nudo, che nel soggetto che ha di fronte vede forme, linee, luci e ombre..
Ti dirò di più: i primi legatori, nell’epoca rinascimentale, erano verosimilmente analfabeti. E per chi restaura o rilega, se ha una clientela internazionale, potrebbe addirittura capitare di avere tra le mani un volume in una lingua sconosciuta: armeno, copto, cirillico…
Quindi, paradossalmente, il contenuto è quasi “secondario”.

 

 

Mi accennavi in un’altra occasione al tuo ruolo di tutor per le giovani leve, all’interno della vostra Bottega: cosa diresti a chi sta pensando di fare da grande questo lavoro? In che modo è possibile proporsi efficacemente alle aziende di questo settore?
Prima di tutto, per un lavoro in cui la componente manuale è importante penso sia fondamentale, ancora più che il CV, un portfolio con le immagini e una breve descrizione di alcuni lavori svolti. Per il restauro, ad esempio, l’immagine del prima e del dopo e qualche dettaglio può dare un’idea di quello che sai fare.
In Bottega riceviamo molte candidature spontanee, in base a quello che ho potuto leggere fino ad ora personalmente mi viene da consigliare di cercare informazioni sul sito web, sui social (linkedin soprattutto) riguardanti l’impresa a cui ci si sta proponendo, evitando di dare l’impressione di aver chiesto a tanti e di “sparare nel mucchio”: quando arriva una mail, magari mandata in cc a molte ditte di cui vedi la mail, con un messaggio standard, l’impressione è che “una valga l’altra” o che facciano pensare “questa/o ragazza/o non sa neanche chi siamo”. Eviterei il formato Europeo o Europass, sono troppo lunghi e tutti uguali. Vanno bene per i concorsi pubblici o per proporsi ad un Ente, se sono richiesti.

Presumibilmente, le imprese che si occupano di restauro e legatoria artigianale sono piccole e microimprese, non c’è un “ufficio del personale” ed è possibile che le richieste e i colloqui siano gestiti direttamente dal titolare (mi sono capitate e-mail mandate “alla c.a. Del Responsabile Risorse Umane”, ma se è una ditta con meno di 10 persone difficilmente c’è qualcuno assunto con questa specifica qualifica).

Soprattutto se è una candidatura spontanea, ossia se la ditta al momento non è alla ricerca di personale, piuttosto che “chiedere”, “offrite” qualcosa che possa interessare: scrivete non cosa vorreste imparare, ma mettendo in luce le conoscenze specifiche che potreste mettere a disposizione della ditta a cui vi state proponendo. Lo scambio e l’arricchimento sono di norma ben graditi, riconosciuti, premiati.
Altro consiglio che posso dare è di sfruttare bene i tirocini curricolari o i progetti regionali di formazione: tre su otto dei componenti dello staff della Bottega, ad esempio, sono stati assunti al termine di un tirocinio, dopo aver avuto l’occasione di conoscersi e lavorare insieme.

E questi, aggiungo io, sono consigli applicabili anche in molte altre situazioni di ricerca del lavoro.

Ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato. Se ti va, sei libera di aggiungere un pensiero, un aneddoto, un consiglio, una citazione, un’immagine o quello che vuoi.
Lascio la citazione che abbiamo scelto anche per il sito web della Bottega, scritta da Richard de Bury, collezionista bibliofilo, nel 1344, in una operetta intitolata Philobiblon o L’amore per i libri

“Nel tempo tutto si consuma e marcisce e Saturno non si stanca di divorare i suoi figli: l’oblio seppellirebbe ogni gloria terrena se Dio non vi avesse posto rimedio inventando i libri.”

 

Se tutto quello che Paola ci ha raccontato ti ha incuriosito e vuoi approfondire, puoi cercarla:

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NB: tutte le foto di questo post, esclusa quella di Yu Cho, sono di Paola Fagnola, che ce ne ha gentilmente concesso l’utilizzo.

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