letto per voi

[Letto per voi] NEET. Giovani che non studiano e non lavorano

Era davvero un bel po’ che avevo questa recensione da scrivere, e non so nemmeno dire perchè sia spuntata fuori proprio oggi. Forse solo perchè ho guardato la libreria, il giallo della copertina si è fatto notare in questa giornata di pioggia novembrina e alla fine ho pensato “Perchè no? Sarebbe anche ora!”

Parliamo quindi di NEET. Giovani che non studiano e non lavorano, di Alessandro Rosina, inserito nella collana “Le nuove bussole” (e potevo forse esimermi dalla recensione? 😉 ) di Vita e Pensiero.

Il saggio ha compiuto da poco i 2 anni, essendo stato pubblicato nel settembre 2015, ma la tematica non è assolutamente passata di moda, anzi, e di certo l’introduzione è ancora attuale:

Uno spettro si aggira per l’Europa…è quello dei Neet (i giovani che non studiano e non lavorano). Più che di spettro potremmo metaforicamente parlare di zombie (o di working dead): persone che vagano senza meta, senza aver ben chiaro il loro ruolo nella società e nel mercato del lavoro, sempre più disincantati e disillusi, con il timore di essere marginalizzati e dover rinunciare definitivamente a un futuro di piena cittadinanza.

Dopo aver analizzato le dimensioni del fenomeno in Italia (qui alcuni dati) il sociologo Alessandro Rosina evidenzia come i giovani vivano in una situazione instabile, incerta, che tenta di restare in equilibrio tra un forte desiderio di costruirsi una vita sempre più a propria immagine e la mancanza di strumenti per comprendere quale possa essere la propria strada:

Le vecchie mappe non funzionano più. L’esperienza trasmessa dalle generazioni precedenti diventa rapidamente obsoleta.

A questo si aggiunge un giudizio negativo e di scarsa utilità da parte dei giovani verso le attività di consulenza e orientamento (sia formativo che professionale) svolte durante il periodo di studi, unito ad un sistema produttivo inefficiente, statico e non interessato ad investire sull’innovazione.

Il valore di questo saggio, tuttavia, sta non solo nella lucida analisi di un fenomeno poco conosciuto, e spesso genericamente nascosto dietro lo spauracchio della disoccupazione giovanile.

Ho infatti apprezzato in particolare la concretezza dell’ultimo capitolo, nel quale Rosina propone 4 strategie per provare a superare l’impasse sociale costituito dalla situazione di questi giovani tra i 15 e i 29 anni:

  • fare in modo che tutti concludano il proprio percorso scolastico, tornando a far sì che lo studio sia ancora visto come un valore: dopo una fase in cui genitori con scarsa scolarità hanno insistito perchè i figli studiassero, ora ci ritroviamo con ragazzi che non hanno ricevuto una formazione adeguata al mondo del lavoro e che di conseguenza non credono nel valore dello studio. È necessario trovare forme nuove per garantire la qualità delle strutture scolastiche, della preparazione del corpo docente e per mantenere alta la motivazione degli studenti.
  • permettere l’acquisizione di competenze veramente utili per affrontare il mondo del lavoro, non solo potenziando l’offerta formativa di programmi più tecnici e professionalizzanti, ma anche attraverso un reale incontro tra scuola e aziende.
  • stimolare e sostenere l’intraprendenza dei giovani, che “vanno preparati non solo a essere pronti a cogliere quello che c’è nel merito, ma anche a offrire essi stessi qualcosa che nel mercato non c’è”. Non solo un discorso di infrastrutture o possibilità di avviare una start up, ma ancora prima una educazione alla responsabilità creativa e innovativa.
  • favorire una presenza attiva dei giovani sul mercato del lavoro, smettendo l’atteggiamento paternalistico nei loro confronti e mettendo in atto iniziative, come per esempio “Garanzia Giovani”, ma sempre migliori.

Proprio tra gli spunti per migliorare questo progetto, che deve essere sempre più assimilato ad un discorso di “politica attiva”, sono da sottolineare:

  • “Essere in grado di fornire orientamento attraverso un ‘bilancio delle competenze’, a partire dal quale definire un piano personalizzato di (re)inserimento nel mercato del lavoro.
  • Dotarsi di adeguate e differenziate professionalità per erogare in modo efficace tali servizi […]
  • Essere in grado di andare a parlare ai sedicenni nelle scuole. È davvero disarmante che oggi in Italia si possa concludere gli studi senza che nessuno ti sia mai venuto a fare formazione su uno dei temi più rilevanti del tuo futuro, ovvero su cosa vuol dire cercare oggi un’occupazione, come sta cambiando il mondo del lavoro, quali competenze servono, quali servizi sono disponibili, in modo molto pratico e con modalità di comunicazione coinvolgenti.”

Quest’ultimo punto mi ha coinvolto personalmente, devo ammetterlo, perché è di strumenti nuovi che c’è sempre più bisogno. I paradigmi e i modelli utilizzati finora vanno ripensati e resi più accessibili, dinamici e flessibili per adattarsi alle modalità di raggiungimento di informazioni utilizzate da adolescenti e giovani.

È quello che spero di riuscire a fare, almeno un po’, con le mie #bussole, ed inizio a vedere lo sforzo di innovare le modalità di orientamento anche presso alcune università. Credo tuttavia sia necessario raggiungere anche il livello delle scuole superiori, con progetti che possano riguardare l’autoanalisi e la scoperta dei propri talenti, per iniziare il prima possibile a percorrere una strada volta a valorizzarli e trasformarli in un futuro non solo lavorativo (per portare a casa la “pagnotta”), ma di autorealizzazione e personale contributo alla crescita della società.

Un libro per molti, ma non per tutti, insomma: uno strumento sociologico utile alla comprensione di una fetta della popolazione giovanile; uno sprone per chi abita le “stanze dei bottoni” a mettersi una mano sulla coscienza e operare per il futuro non solo dei Neet, ma della società civile; una riflessione educativa che porti ad abbandonare l’atteggiamento paternalistico a favore di una crescita della responsabilità personale.

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