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Esercitare l’intelligenza emotiva in colloquio : ne parliamo con Mary Gioffrè

Con questo post proseguo il piccolo viaggio, iniziato la scorsa settimana sul blog di Mary Gioffrè, per approfondire l’applicazione pratica dell’intelligenza emotiva in situazioni concrete, per imparare ad allenarla e farla nostra alleata.
Fedeli al tema del blog, ho ragionato con Mary su un argomento in cui le emozioni sono spesso messe alla prova e, se non gestite, rischiano di comprometterne l’esito: sto parlando del colloquio di selezione.

Mary, tu usi spesso l’espressione “navigare le emozioni”: come possiamo usare questo approccio per gestire l’ansia prima e durante un colloquio?

Quando si affronta un colloquio, provare emozioni all’apparenza contrastanti è normale. L’importante è riuscire a gestire questo mix, senza esserne in balìa.

Le emozioni sono informazioni: non sono positive o negative, sono dei messaggi.
Nominare le emozioni è il primo passo per abbassarne l’intensità. Non è un semplice esercizio linguistico, ma c’è una ragione neuroscientifica alla base. Riuscire a identificarle e dare loro un nome permette di gestirle meglio.

Dire “sono emozionato” è molto generico: quali emozioni provi? Magari sei agitato, ma anche speranzoso, in attesa, grato per l’opportunità: vedi quante emozioni tutte insieme? 

Navigare le emozioni (riprendendo la definizione del modello Six Seconds che uso nei miei percorsi) significa riuscire a stare con l’emozione senza bloccarla o reprimerla o lasciandosi travolgere. Se mi dico: “devo stare calma, non devo agitarmi”, probabilmente accadrà esattamente il contrario perché non sto accogliendo quell’emozione. È come se rifiutassi il messaggio che mi stanno mandando. E cosa fa un’emozione ignorata o repressa? Tornerà ancora più intensa di prima.

Molto interessante è una ricerca della Professoressa Alison Wood Brooks di Harvard che nel 2014 ha pubblicato una ricerca sulla “riconsiderazione dell’ansia”. In quello studio, si sono messi a confronto due gruppi di persone che venivano sottoposti a compiti in grado di suscitare ansia quali il karaoke, parlare in pubblico, completare un test di matematica, parlare con il proprio capo.
A un gruppo venne detto di ripetersi “Sono entusiasta” e l’altro non doveva dire nulla. Chi si ripeteva “Sono entusiasta” ha ottenuto risultati migliori in quello che era chiamato a fare. 

Ansia e entusiasmo sono entrambi stati emotivi ad alta intensità, caratterizzati da risposte fisiche simili (es. cuore che batte velocemente, sudore alle mani) e da alti livelli di cortisolo (l’ormone dello stress). Quindi è più facile passare dall’ansia all’entusiasmo che dall’ansia direttamente alla calma… passare all’entusiasmo, ci aiuta insomma a fare una transizione emotiva.

Oltre a trasformare l’ansia in entusiasmo, ricordiamoci che quando proviamo emozioni intense è perché c’è qualcosa di importante per noi, per citare le parole di Marilynn Jorgensen, Master Coach in Six Seconds, la community di cui faccio parte come certificata.

E poi riformulare, dare nuovi significati alle situazioni: se vivo ogni colloquio come l’Occasione unica e irripetibile, mi metterò tanta pressione da sola.
Come sarebbe pensare che quell’ora è una nuova esperienza, comunque vada avrai imparato qualcosa di nuovo e scoperto una nuova realtà?
Insomma, si tratta di apprezzare anche il processo, non solo il risultato.

Infine, da un punto di vista pratico, oltre a nominare le emozioni, uno dei modi che trovo più efficaci per navigarle e quindi riportare calma e lucidità è fare un paio di respiri profondi: sono immediati e sempre a portata di mano.

Capisco quindi che sia piuttosto importante conoscersi anche dal punto di vista delle nostre emozioni e reazioni, e non solo delle competenze, per potersi preparare in modo efficace prima, e gestire poi, un colloquio…

È importantissimo, perché avere autoconsapevolezza è il primo passo per disattivare il pilota automatico. Tutti noi siamo guidati da sentieri emozionali, modi di reagire e comportamenti memorizzati dal nostro cervello. Se non li riconosciamo, questi agiscono incontrollati, per cui davanti a una situazione reagiremo sempre nei soliti modi… A volte ci sono utili (e ce li teniamo), ma altre volte no e ci portano a reagire in modi di cui poi ci pentiamo.
Un sentiero emozionale solitamente segue questo schema: Quando (stimolo esterno), Io (risposta interna in termini di pensieri / emozioni / azioni). Ad esempio: quando mi fanno troppe domande, io mi infastidisco; quando sono stanca, io rispondo male; quando sono agitata, io penso che non ce la posso fare; quando non lavoro, io mi sento in colpa.

Esserne consapevole, ti permette di cambiarli, riconoscerli anche negli altri e quindi avere risultati diversi in termini di efficacia, relazioni e benessere.

Fermiamoci ora sul momento vero e proprio del colloquio. Nell’ultimo anno c’è stata l’occasione di sdoganare una pratica, quella del videocolloquio, che fino a prima della pandemia non era così diffusa. Ho tuttavia sentito moltissime persone a disagio per questa modalità, per la mancanza del contatto fisico, della condivisione di uno spazio, o anche solo per la novità a cui si era impreparati.

Vogliamo provare a vedere quali sono le differenze e i punti di contatto tra i due tipi di colloquio e come cercare di superare lo schermo quando viene percepito come ostacolo?

Un colloquio di persona e online hanno un grande punto in comune: in entrambi i casi, a meno che non si faccia uso di intelligenza artificiale, avrai a che fare con una persona. E le persone sono guidate dalle emozioni. Per questo motivo, connettersi emotivamente è altrettanto importante, anche dietro a uno schermo. Questo è solo un mezzo e, ok, non è la stessa cosa che incontrarsi di persona, ma le emozioni passano comunque! Per questo non credo ci sia grossa differenza, a parte l’impossibilità di osservare il linguaggio di tutto il corpo.

Spesso quando si inizia una conversazione online c’è qualche momento di imbarazzo. Attivi la telecamera e tac, sei già faccia a faccia con il tuo interlocutore. Non hai modo di prendere confidenza con l’ambiente, guardandoti in giro o prendendo un caffé, come invece puoi fare recandoti in un ufficio.

L’idea è quella di sintonizzarsi sulle emozioni dell’altro: ti fa una domanda per rompere il ghiaccio, è molto espansivo o è più focalizzato sul fare e preferisce andare dritto al punto? Abbiamo stili di personalità diverse e “parlare la stessa lingua” è importante per capirsi e connettersi davvero (online come dal vivo).

Una domanda importante da farsi prima del colloquio è: quali messaggi emotivi voglio mandare durante il colloquio? Quali emozioni voglio portare in questa conversazione?
Se ad esempio vuoi ispirare fiducia, calma e professionalità, quali comportamenti ti possono aiutare? 

Infine, guardare in telecamera è come guardare negli occhi il tuo interlocutore, quindi assicurati di puntare lo sguardo anche lì. 

Dopo l’incontro, come si può affrontare l’attesa di un feedback, e magari gestire la frustrazione per la mancata risposta o il dolore per un rifiuto?

Un’idea potrebbe essere chiedere in fase di colloquio entro quando ci si potrebbe aspettare una risposta. E mentre si attende, lasciare spazio all’altro. Che messaggio emotivo dai all’interlocutore se inizi a mandare email e fare telefonate per sapere l’esito? Probabilmente quello di una persona attaccata al risultato e poco capace di gestirsi.

Se passato questo tempo la risposta non arriva, chiediti: che cosa posso fare io per essere proattivo? 
Sarebbe bello se venisse sempre fornita una risposta, ma non è sempre così. E allora anche in quel caso chiediti: quali opzioni ho adesso?
Ti aiuta a sbloccarti e passare all’azione.

Stessa cosa se la risposta arriva e non è quella che ti aspettavi. Ci stanno la delusione, lo scoraggiamento, la sfiducia, ma non necessariamente queste emozioni sono dolore. Non è mai quello che ci accade, ma il significato che noi attribuiamo a quelle situazioni, a farci soffrire.

Se interpreti un no o una mancata risposta come: “Ecco, vedi, il fatto che non abbiano risposto significa che non valgo niente. Lo sapevo. Va sempre a finire così. Non troverò mai lavoro”, prolungherai quelle sensazioni spiacevoli e di sicuro non sarai nello stato d’animo migliore per tentare altre opzioni.

In quali altri modi potresti pensarla? E se fosse che questo non era il posto adatto per te e c’è altro che ti aspetta?

Questo tema si collega fortemente con quello dei valori personali, legati anche alle aspettative che abbiamo nei confronti di un lavoro, ai bisogni e alle priorità: che ne pensi?

Tutti noi siamo guidati da dei valori chiave, delle bussole che ci orientano nelle scelte e ci aiutano a tracciare i confini. Averli chiari è il primo passo per far sì che fin già dal colloquio si possa comprendere se c’è allineamento tra i tuoi valori e quelli dell’azienda per cui ti candidi, oltre a ciò che viene dichiarato sul sito internet. Ti sei mai chiesto che cosa è veramente importante per te? A che cosa non potresti rinunciare per nessuna ragione al mondo? 

I valori ti aiutano anche a evitare che i confini vengano oltrepassati. Faccio un esempio: se un recruiter mi dice “Chiediamo la disponibilità anche nei weekend” e tu sai che l’equilibrio tra vita privata e professionale è importante per te, e che non sei disposto a scendere a compromessi, allora forse questo non è un buon match e le premesse sono traballanti.  

Avere chiari i valori che ci guidano, quelli che per noi sono imprescindibili e non negoziabili, aiuta a gestire il colloquio con consapevolezza, senza restare succubi o con la sensazione che sia il selezionatore a tenere il proverbiale coltello dalla parte del manico.

E la conoscenza di sè, delle proprie competenze non solo professionali (le cosiddette hard skill) ma anche di quelle emozionali (che costituiscono una buona parte delle soft skill) diventa indispensabile per affrontare al meglio anche la ricerca del lavoro.

Ringrazio Mary per gli spunti interessanti: sono da mettere in pratica al prossimo colloquio!
Avremo l’occasione di approfondirli in una chiacchierata in diretta il 29 gennaio: tenete d’occhio i miei social e quelli di Mary (ve li linko qui sotto) sia per le indicazioni più precise sull’orario che per farci eventuali domande 🙂 

Ecco dove potete seguire Mary:
Sul suo sito
Sulle pagine Facebook e Instagram

Le immagini di questo post sono, nell’ordine, di:
– Mary Gioffrè (ph. Marzia Allietta)
Christina @ wocintechchat.com on Unsplash
– Anna Shvets da Pexels



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