Come si affronta un colloquio di lavoro è un argomento che abbiamo già sviscerato abbastanza nel blog, a partire dalla preparazione e dalle fasi preliminari, passando per il fatidico “Mi parli di lei…”, l’angosciante “Mi dica 3 pregi e 3 difetti” fino alle fasi di saluto e follow up.

Quello che preoccupa di più, ho notato negli anni, sono altre tipologie di domande.
Mi sono fatta aiutare dai miei follower di Instagram per identificare quelle da una parte più temute, dall’altra quelle più strane.

Le vediamo assieme?

Le più temute

Si dividono essenzialmente in 3 gruppi, con diverse variazioni sul tema:

  • Come ti vedi da qui a 5/10 anni?
  • Quali sono le tue aree di debolezza/di miglioramento e quali sono i tuoi punti di forza
  • Vuoi sposarti e/o avere (altri) figli?

Come ti vedi da qui a 10 anni?
I motivi per cui ti può essere posta questa domanda potrebbero essere molti, ma il più accreditato secondo me è la volontà di capire se hai in testa una meta per la tua strada professionale oppure no.
So bene che la domanda è odiosa e antipatica, ma lo è soprattutto perchè ci mette di fronte alla nostra difficoltà di delinearci un percorso professionale. Il che non vuol dire pensarsi per forza amministratori delegati di multinazionali, ma avere comunque un’idea di cosa vogliamo fare della nostra vita, senza timore per gli imprevisti, ma muovendoci consapevoli di una meta che vogliamo raggiungere. E comunque una meta relativamente vicina, perchè non ci chiedono mai “Dove vorresti essere a 70 anni?” 😊 

Quest’estate ho scritto un post con qualche consiglio in merito. Oggi aggiungo a questa riflessione anche la parola desiderio. Se nella definizione dell’obiettivo professionale, fatta in autonomia o con gli esercizi che propongo nei miei percorsi, ci autoinganniamo lasciandoci condizionare da elementi a noi esterni, senza ascoltare anche la nostra “pancia”… beh, arriverà un momento in cui i nodi verranno al pettine e saremo punto e a capo a sentirci smarriti e insoddisfatti di dove ci troviamo. 
E, attenzione, non sto sostenendo la posizione “Va’ dove ti porta il cuore e fregatene del resto” perché non credo nemmeno che sia corretto seguire solo quella via.

La definizione di un obiettivo passa dal valutare differenti aspetti, alcuni esterni a noi e altri interni, ma deve sempre derivare dall’equilibrio fra questi. Le scorciatoie non sono consentite, perchè nella maggior parte dei casi portano a un vicolo cieco, o su una strada del tutto imprevista, e si perde tempo a ritornare indietro sui propri passi.
Serve quindi un lavoro di autoanalisi, non solo legato alle proprie competenze, ma anche per arrivare al discernimento rispetto al nostro vero desiderio.
In questo modo potremo rispondere ad una domanda apparentemente fastidiosa, ma che ci permette di mostrare davvero chi siamo.

Mi dici: “E se il vero motivo per cui sono a quel colloquio è per avere un lavoro che mi permetta di guadagnare qualcosa per raggiungere il mio vero obiettivo?
Allora in questo caso serve un po’ di diplomazia: se nei tuoi programmi non è previsto rimanere a lungo in quell’azienda, ma solo per quel tanto che basta a raggiungere il tuo vero scopo, occorre trovare una formula che racconti in parte della tua voglia di crescere, ma parlandone in generale, cercando di trovare comunque punti in comune anche con l’azienda che ti sta selezionando.

Attenzione, una precisazione è d’obbligo: non voglio farti pensare che i suggerimenti che ti do servano a ingannare o circuire il recruiter. Il mio concetto di fondo resta sempre quello di essere il più possibile sincero e fedele a te stesso, con lo sguardo puntato alla meta. È ovvio che in alcuni casi serva un po’ di malizia nel rispondere, ma è più che altro un modo per non tirarti la zappa sui piedi quando l’eccessiva sincerità potrebbe portare ad un inutile scivolone. Ricorda sempre che il colloquio è un momento di selezione anche per te: non è solo chi ti intervista a farsi un’idea su di te, perchè anche tu stai valutando l’azienda e la posizione. Diventa quindi inutile mentire, soprattutto se questo rischia di portare ad una incomprensione di fondo tra te e l’azienda e a creare false aspettative da entrambe le parti.

Quali sono le tue aree di debolezza/di miglioramento e quali sono i tuoi punti di forza?
I punti di forza non dovrebbero più spaventare, dopo tutto il parlare di autoanalisi e dopo tutto il lavoro di bilancio delle competenze! 
Sulle aree di miglioramento capisco che effettivamente ci sia un po’ più da approfondire, ma anche queste nascono da un lavoro di consapevolezza; al massimo anche qui vale il suggerimento di prima: usare un po’ di furbizia per indicare elementi che non ti mostrino proprio troppo “indietro” o che comunque siano facilmente recuperabili.
E, per rispondere a una domanda più specifica che mi è stata rivolta, sì: vanno considerati soprattutto gli aspetti professionali, perchè forse non interessa a nessuno sapere che il tuo allenatore di pallavolo non fa altro che ripeterti di migliorare la tua battuta, no?

Vuoi sposarti e/o avere (altri) figli?
La questione, qui, è davvero spinosa e, ça va sans dire, la domanda angoscia soprattutto le donne. Il punto è che non dovrebbe essere nemmeno posta: chi è recruiter di professione (e non si improvvisa selezionatore perchè di solito svolge altri ruoli) dovrebbe sapere che è illegale (il riferimento è all’articolo 27, comma 2, del decreto legislativo 198 del 2006, il cosiddetto Codice delle pari opportunità).
Se una candidata volesse, potrebbe sporgere denuncia, ma poi sappiamo che raramente viene fatto, anche per la difficoltà a dimostrare che la domanda è stata posta. 
Le opzioni che mi vengono in mente, se non vuoi portare avanti una campagna sociale, magari alzandoti all’istante dalla sedia e salutando, sono queste:

  • Se tieni a quella specifica azienda/posizione, di’ la verità. E, in caso volessi sposarti o avere figli, far presente che non vedi problemi, perchè le cose non andrebbero comunque a incidere sull’aspetto professionale dal momento che sei una persona organizzata, responsabile e che comunque hai la possibilità di appoggiarti a qualcuno nella gestione dei figli.
  • Se ti senti sicuro di te, puoi anche dichiarare, in modo gentile ed educato ovviamente, di non voler rispondere alla domanda perchè non legata al ruolo di cui si sta discutendo.
  • Oppure rispondi come preferisci e poi, se la domanda ti ha infastidito, considera se questo aspetto incide sulla tua valutazione dell’azienda oppure no: potreste autoescludervi a vicenda senza dispiaceri da entrambe le parti.

Le più strane

Premessa. Ci sono domande all’apparenza strane, ma che dietro hanno una vera motivazione; ce ne sono altre di cui anche io ignoro lo scopo.

Al primo gruppo appartengono:

  • Ci parli di noi e dei nostri obiettivi – Ok, posta così è un po’ particolare, lo ammetto, però è un modo come un altro per capire se sei informato sull’azienda, o se sei andato a fare l’ennesimo colloquio in modalità “pesca a strascico”: mando CV a caso, vado dove mi chiamano e poi vediamo. Quindi non dare per scontato di prepararti sull’azienda, soprattutto se è un po’ grande, strutturata, e attenta al proprio branding.
  • Mi dica tre oggetti che porterebbe su un’isola deserta – domande simili sono volte a capire come ragioni, intuire la tua scala di valori, le tue passioni. Potrebbero semplicemente chiederti quali sono i tuoi hobby, ma a volte è interessante osservare come l’altro reagisce all’imprevisto, come si districa e come opera delle scelte quando è sotto stress.
  • Se domani entrasse in possesso di una grossa eredità, ma col vincolo di dover comunque lavorare per ottenerla pur potendo scegliere il lavoro che preferisce, che professione sceglierebbe? – questa l’ho fatta anche io, su input di una collega. È una domanda subdola, perchè coglie in fallo chi non è attento a sostenere la propria motivazione per ricoprire il ruolo oggetto del colloquio. Per esempio: se siamo ad un tavolo per un ruolo di commerciale, e tu mi dici che sceglieresti di fare il curatore museale, io recruiter potrei iniziare a nutrire dei dubbi sul tuo reale desiderio di entrare a far parte della nostra squadra di venditori.

Al gruppo delle domande a cui nemmeno io so dare un motivo, appartengono:

  • Di che segno zodiacale sei? Perchè da quello si capiscono molte cose…
  • Qual è il tuo colore preferito?

Su queste non ho trucchi su come o cosa rispondere, dichiara pure che sei ariete e ami il verde e poi al massimo usa la domanda come tuo metro di valutazione rispetto all’azienda, soprattutto se ti accorgi che sono elementi che ricorrono nella cultura aziendale e non la trovi in sintonia con te.
Voglio dire: se entri e trovi stampe di mappe astrali, pareti decorate con i simboli zodiacali, bacchette di incenso e così via, e a te questi aspetti spirituali mettono un po’ a disagio…ecco, un po’ ti sei già risposto da solo. Ricorda che la prima impressione vale sempre da entrambe le parti.

Ci sono altre domande strane o che ti hanno messo in difficoltà? Parliamone pure nei commenti al post!

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